Stavo ascoltando una puntata di Inside Whisky dedicata al Bowmore Hotel, con Peter MacLellan Jr, la voce dietro Lucci’s Whisky Bar, uno che Islay la vive tutti i giorni e che vede passare appassionati da mezzo mondo (sfortunatamente per lui, anche il sottoscritto).
A un certo punto la conversazione finisce su Port Ellen, la grande riapertura, l’architettura nuova di zecca, il ruolo di Diageo e tutto il resto. Ma la parte davvero interessante è quando Peter dice, in sostanza, una cosa molto semplice che raramente viene detta così esplicitamente: Port Ellen, all’epoca, ha chiuso anche perché non era tra i whisky migliori dell’isola. Non era il mostro sacro che oggi immaginiamo guardando le quotazioni delle bottiglie, ma un malto che sul mercato funzionava meno di altri, in un momento in cui la domanda di whisky scendeva.
Oggi Port Ellen è diventata un feticcio da collezione. Le bottiglie storiche sono rare, costose, spesso irraggiungibili, e di conseguenza la distilleria è circondata da un’aura quasi mistica. Ma fa bene ricordare che quella leggenda nasce anche dal fatto che la distilleria è rimasta chiusa per quarant’anni, non solo da una supposta superiorità assoluta del suo distillato.
Da qui l’idea di questo pezzo: usare le parole di Peter come spunto per guardare a Port Ellen con un minimo di distanza critica, soprattutto oggi che la distilleria è tornata operativa e propone un modello di visita molto diverso dallo “spirito di Islay” a cui molti di noi sono abituati.
Da distilleria in difficoltà a oggetto di culto
Port Ellen nasce nel 1825 e chiude nel 1983, in quel periodo buio del whisky scozzese in cui la domanda cala, i magazzini sono pieni e diverse distillerie vengono spente. Nel racconto ufficiale di Diageo e nelle narrazioni successive, Port Ellen viene spesso presentata come ghost distillery leggendaria, l’ultimo capitolo di un grande piano di investimenti, l’icona risorta dopo quarant’anni di silenzio.
Tutto vero. Ma è altrettanto vero che, nel momento della chiusura, non era necessariamente il gioiello assoluto dell’isola. Se guardiamo al passato con onestà, la combinazione è stata più prosaica:
- calo della domanda di whisky negli anni Ottanta
- un malto che, per quanto apprezzato, non dominava il mercato come altri nomi di Islay
- logiche industriali che oggi è facile romanticizzare, ma che all’epoca erano soprattutto numeri
Col tempo, la rarità ha fatto il resto. Le bottiglie di Port Ellen sono diventate sempre più rare, sempre più costose, selezionate per release prestigiose, spesso legate a serie limitatissime o ad anniversari importanti.
Risultato: oggi il nome “Port Ellen” evoca listini da quattro zeri, aste online, bottiglie tenute in cassaforte. Per chi arriva su Islay con questa immagine in testa, è quasi naturale aspettarsi una distilleria-museo del lusso, più che un luogo “di passaggio” dove entri, fai un dram al bar e ti compri una maglietta.
La nuova Port Ellen e il modello dell’esperienza esclusiva
Port Ellen ha riaperto ufficialmente nel 2024, dopo più di quarant’anni. Sin da subito, la comunicazione è stata chiara: non si tratta di una distilleria come le altre, ma di una distilleria pensata per sperimentare, spingere sui limiti del fumo, innovare.
Questa impostazione si riflette anche nelle visite:
- niente classico visitor center in cui puoi entrare “a caso” tra un traghetto e l’altro
- esperienze strutturate, su prenotazione, con un chiaro posizionamento alto
- tour e tasting che si muovono su cifre molto più elevate rispetto alla media dell’isola
Alcuni racconti parlano di degustazioni da quattro dram nell’arco di un’ora con prezzi nell’ordine delle centinaia di sterline a persona, e di esperienze complete che collocano Port Ellen su un piano diverso rispetto alle visite standard delle altre distillerie di Islay.
Le recensioni pubbliche, in generale molto positive, parlano di tour unici, cibo di livello, ambienti curati e un forte senso di esclusività. Alcuni visitatori sottolineano proprio questo: un’esperienza lussuosa, ben organizzata, che ha poco a che fare con l’immagine tradizionale della distilleria rurale dove entri quasi in infradito e ti siedi al bar.
Il punto centrale, però, non è se l’esperienza sia ben fatta. Quasi tutte le voci concordano sul fatto che la qualità sia alta. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è a chi si rivolge.
Cosa dicono appassionati e viaggiatori
Se si guarda alle discussioni tra appassionati e viaggiatori, emergono alcuni temi ricorrenti.
Sul fronte dei forum e dei social dedicati al whisky:
- i prezzi sono percepiti come molto alti: diversi appassionati riportano cifre che collocano Port Ellen su un altro pianeta rispetto alle visite standard delle altre distillerie, il che rende la tappa difficilmente giustificabile per chi ha un budget normale e vuole vedere più produttori in pochi giorni
- c’è un forte senso di esclusività: l’impressione generale è che Port Ellen stia giocando in un campionato diverso, più vicino alle esperienze su misura per clienti privati, collezionisti e ospiti di fascia molto alta che al turismo “normale” di Islay
- l’organizzazione è ancora in rodaggio: qualcuno racconta di difficoltà con le prenotazioni, open day poco chiari e una comunicazione migliorabile
Dall’altra parte, le recensioni di viaggio parlano spesso in toni entusiasti: tour spettacolari, ambienti nuovi e scenografici, abbinamenti cibo-whisky curati. Alcuni commenti fanno notare che per chi è alle prime armi con il whisky l’esperienza potrebbe essere addirittura perfetta, proprio perché brillante, moderna, guidata passo passo.
Mettendo insieme i due mondi, quello dei forum di appassionati e quello delle recensioni generaliste, esce un quadro abbastanza chiaro:
- chi cerca la grande esperienza esclusiva trova ciò che desidera
- chi cerca la tipica giornata a Islay a base di distillerie, bar e visitor centre vive Port Ellen come qualcosa di meno spontaneo, più distante, quasi fuori contesto
Lo spirito di Islay e la stonatura di Port Ellen
Islay, negli anni, si è costruita una reputazione che non riguarda solo ciò che finisce nel bicchiere. Riguarda anche il modo in cui si vive l’isola.
Nelle guide non ufficiali e nelle conversazioni tra viaggiatori, la raccomandazione standard è quasi sempre la stessa: prenditi tempo, non riempire troppo le giornate, lascia spazio per fermarti al bar della distilleria, visitare il museo di Laphroaig, fare due chiacchiere con chi lavora lì, perdere un po’ la misura del tempo.
È una dimensione in cui:
- puoi entrare a Caol Ila per un caffè e una vista sulla Sound
- puoi fermarti da Ardbeg tra un tour e l’altro per prendere un panino al food truck davanti alla distilleria e mangiarlo all’interno del loro bar
- puoi passare da Bowmore solo per un dram o una visita veloce allo shop
- puoi guidare fino a Kilchoman, prendere un panino, fare un tasting informale e poi scendere a Machir Bay
In questo ecosistema, Port Ellen oggi funziona in modo diverso: non è il posto in cui “passi” e vediamo cosa succede, ma un luogo che ti richiede di avere un budget preciso, un orario preciso, una prenotazione precisa.
Non è che questo modello sia sbagliato in assoluto. Ha però una conseguenza: sposta Port Ellen fuori dal flusso naturale di Islay, lontano da quella accessibilità quasi fisica e mentale che l’isola ha costruito nel tempo.
E se torniamo alle parole di Peter, la cosa diventa ancora più interessante. Una distilleria che un tempo era una delle meno considerate dell’isola, oggi rinasce come tempio esclusivo, con prezzi e modalità pensati per una fascia di pubblico molto ristretta. È un ribaltamento completo di status, reso possibile dal tempo, dalla rarefazione delle bottiglie storiche e dalla capacità di Diageo di costruire un racconto premium.
È davvero un problema?
Arriviamo al punto del titolo: qual è “il problema” di Port Ellen?
Probabilmente non è tanto il costo in sé, né il fatto che Diageo voglia un posizionamento alto per una distilleria che è diventata un simbolo globale. È quasi inevitabile che, dopo quarant’anni di mito e quotazioni folli, la rinascita di Port Ellen non assomigli a una distilleria normale.
Il problema nasce quando questo modello entra in attrito con il contesto:
- Islay è percepita come un luogo dove anche il whisky iconico rimane, tutto sommato, raggiungibile: se ti organizzi, puoi entrare a Lagavulin, Laphroaig, Ardbeg, Bruichladdich senza dover prenotare con mesi di anticipo o destinare metà del budget solo a una visita
- l’idea stessa di “pellegrinaggio a Islay” è sempre stata legata alla possibilità di avvicinarsi fisicamente alle distillerie, di respirare l’aria salmastra davanti ai magazzini, di entrare nei visitor centre anche solo per uno sguardo veloce
- Port Ellen, oggi, rischia di spezzare questo racconto e trasformare la visita in qualcosa di più simile a un’esperienza di lusso concentrata per pochi
Dall’altra parte, sarebbe ingiusto demonizzare tutto:
- la riapertura è un evento storico per il whisky scozzese
- la sperimentazione sulla torba e sul fumo che Port Ellen promette può portare cose interessanti anche per chi, domani, assaggerà i suoi whisky in bottiglia “normale” e non solo nelle release da collezione
- un luogo che ambisce a essere laboratorio di alto livello ha, per definizione, regole diverse da una distilleria orientata al turismo di massa
Forse la domanda giusta non è “Port Ellen sta sbagliando?”, ma “Port Ellen è ancora una distilleria di Islay nel modo in cui abbiamo imparato a intendere Islay?”.
La risposta, almeno per ora, è: solo in parte. Geograficamente sì, culturalmente e come esperienza di visita molto meno.
Cosa si può aspettare un appassionato che va a Islay
Se stai programmando un viaggio a Islay, la sintesi potrebbe essere questa:
- Se il tuo budget è limitato e vuoi visitare più distillerie, probabilmente ha senso concentrarsi su chi mantiene un approccio più aperto e accessibile, e considerare Port Ellen come un eventuale extra, non come tappa inevitabile.
- Se per te Port Ellen è un mito personale, collezioni le bottiglie storiche o semplicemente vuoi vivere una volta nella vita un’esperienza molto curata e molto costosa, allora ha senso metterla al centro dell’itinerario, sapendo che serviranno prenotazione e portafoglio allineato.
- In ogni caso, conviene verificare in anticipo tipologie di tour, prezzi, disponibilità e regole d’accesso, perché qui l’improvvisazione funziona meno che altrove.
Il problema di Port Ellen, in fondo, è questo: è tornata come simbolo assoluto, ma non come distilleria per tutti. Ed è un cambiamento che vale la pena raccontare, soprattutto se si ama Islay non solo per quello che c’è nel bicchiere, ma per il modo in cui l’isola ti permette di avvicinarti al whisky.
