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Octomore: il mito del whisky più torbato al mondo

Logo Octomore di Bruichladdich con la dicitura gaelica Ochdamh-mor

Sopra il villaggio di Port Charlotte, sui Rhinns di Islay, c’è una collina con una fattoria in cima. Si chiama Octomore, dal gaelico Ochdamh-mòr, l’ottava grande: il nome di una vecchia divisione delle terre comuni. Da lassù si vedono il Loch Indaal e, nelle giornate limpide, la costa dell’Irlanda del Nord. È il nome che Bruichladdich ha dato al whisky più torbato al mondo.

Questa non è una classifica e non è una recensione. È il racconto di dove nasce Octomore, di cosa vogliono dire i numeri sull’etichetta, e anche delle bottiglie che ho comprato negli anni: il 06.3, l’08.3 e l’11.1. Uno non ho ancora avuto il coraggio di aprirlo, uno l’ho comprato di corsa poco prima della Brexit, il terzo me lo sono goduto fino in fondo.

La fattoria che dà il nome a tutto

Octomore Farm sta a due miglia dalla distilleria, in un punto esposto e ventoso sopra Port Charlotte. La conduce James Brown, la cui famiglia ci arrivò in affitto quando lui aveva otto anni e comprò la terra nel 1983; oggi il testimone sta passando al figlio Graham, che ha fatto il muratore a Edimburgo prima di tornare sull’isola e lavorare agli alambicchi della distilleria.

Il legame tra la fattoria e Bruichladdich non riguarda solo l’orzo. Dalla sorgente di Octomore arriva l’acqua che la distilleria usa per ridurre e imbottigliare, e anche quella del gin The Botanist: due autocisterne da diecimila litri, due volte a settimana. L’orzo, invece, arriva alla distilleria dal 2007, e ci è voluto qualche anno prima che diventasse whisky in bottiglia.

In quella storia c’è anche una distilleria, ma non esiste più. Dal 1816 i Montgomery distillavano lassù su scala contadina, poche decine di botti l’anno; l’attività si spense intorno alla metà del secolo, e le fonti non concordano sull’anno esatto (1840 per alcune, 1852 per altre). Restano gli edifici del cortile, in parte crollati e in parte trasformati in cottage per i turisti. L’Octomore di oggi non è la prosecuzione di quella distilleria: è un nome ripreso e un pezzo di terra che produce orzo.

L’idea di Jim McEwan

Il resto lo ha fatto un uomo che aveva già passato 38 anni dentro Bowmore prima di attraversare il Loch Indaal. Jim McEwan arrivò a Bruichladdich nel 2000, con la distilleria appena comprata da Mark Reynier e ferma da anni, e ci rimase quindici anni come master distiller.

L’idea di Octomore, nel racconto ufficiale della casa, nasce davanti a un bicchiere al Port Charlotte Hotel: se a 40 ppm l’eleganza del distillato di Bruichladdich si sente ancora, cosa succede alzando la torba? La risposta tecnica gliela diede un affumicatore di pesce dell’isola, spiegandogli che il pesce si affumica a bassa temperatura e per giorni, non si cuoce. “You’re curing it. You’re not cooking it”, racconta McEwan. Applicato all’orzo, vuol dire fumo lento e lungo, con il malto che assorbe molti più fenoli senza cuocersi.

La prima distillazione è del 23 settembre 2002. McEwan è andato in pensione nel luglio 2015 e da allora la serie la firma Adam Hannett, che in distilleria era entrato nel 2004 partendo dal negozio. Nel 2017 McEwan è tornato al lavoro ad Ardnahoe, dall’altra parte dell’isola.

Cosa vogliono dire i ppm sul malto

Il malto lo fa Bairds Malt a Inverness, in Saladin box: l’orzo viene messo a bagno, germina e viene essiccato nello stesso cassone, mentre fuori bruciano zolle di torba per due o tre giorni e il fumo viene convogliato dentro. Per Octomore l’esposizione dura cinque giorni a temperatura più bassa, proprio per la lezione dell’affumicatore: più tempo, meno calore, più fenoli attaccati al chicco.

I ppm stampati sulla latta sono quelli del malto. Lo scrive Bruichladdich stessa, che ricorda come i livelli fenolici calino lungo la distillazione e la maturazione. Una parte grossa dei fenoli resta nei residui di distillazione, e nel cuore del distillato ne arriva una frazione. Il numero sull’etichetta è una dichiarazione di intenti, non una misura di quanto fumo senti. Ne ho scritto più in dettaglio nella guida su cosa significano i ppm.

Due dettagli che non mi aspettavo, letti sul sito della distilleria. Il primo: per ottenere il valore esatto richiesto, Bairds taglia il malto ultra torbato con malto non torbato. Il secondo: Bruichladdich dichiara che non modifica i tagli in distillazione per recuperare più fenoli, e che sotto gli 80 ppm sul malto un whisky non si chiama Octomore.

Come si leggono i numeri sulla latta

Il numero prima del punto è la serie, che esce una volta all’anno: la 17 è del 2026, la 18 arriverà nel 2027.

Il .1 parte da orzo scozzese di terraferma e matura in rovere americano, di solito ex-bourbon di primo riempimento: è il riferimento della serie, quello in cui si sente meglio il distillato. Il .2 usa lo stesso orzo del .1 ma finisce in rovere europeo, quasi sempre botti che hanno contenuto vino. Il .3 è quello con l’orzo di Islay: coltivato da James Brown sulla collina, singolo campo, singola annata, Octomore per definizione dall’orzo alla bottiglia. Il .4, introdotto con la serie 7, è il più sperimentale e usa rovere vergine. Nella serie 16 la coppia 16.1 e 16.2 parte dallo stesso malto a 101,4 ppm e cambia solo sulle botti, mentre 16.3 e 16.4 nascono dall’orzo di Church Field, maltato a quasi il doppio.

È il .3 quello che mi interessa, e non per snobismo: è l’unico in cui l’orzo viene da un campo preciso a due miglia dagli alambicchi, raccolto in una sola annata, maltato e distillato separatamente da tutto il resto. Come dicevo prima, l’Octomore per definizione, per eccellenza. Il terroir in un whisky giovane e fortemente torbato dovrebbe essere coperto dal fumo. Invece si sente, e cambia di annata in annata.

Tre bottiglie “a caso”

06.3: potenza ed equilibrio

Il 06.3 è il primo Octomore fatto interamente con orzo di Islay: raccolto nel campo di Lorgba, a Octomore Farm, maltato a 258 ppm, cinque anni di botte, 64%. Uscì nel 2014, con le note di degustazione firmate ancora da Jim McEwan.

Bottiglia e latta dell'Octomore 06.3 Islay Barley, 258 ppm e 64%

Di tutte le bottiglie che ho aperto, questa è quella che tiene insieme potenza ed equilibrio. A 64% e 258 ppm dovrebbe essere un pugno. Invece la torba non arriva addosso, arriva sotto: tiene su la frutta rossa e il cioccolato amaro senza mai coprirli. Non è torba addomesticata, è torba in equilibrio: senti perfettamente quanta ce n’è, e allo stesso tempo non ti impedisce di sentire nient’altro. McEwan nelle note ufficiali scrisse “mesmerising in its potency, with perfect balance”, e per una volta la frase del produttore non è marketing: è esattamente quello che succede nel bicchiere.

08.3: 309,1 ppm

L’autunno del 2010 a Islay fu bagnato e ventoso. Il raccolto arrivò tardi, le oche selvatiche e i cervi si mangiarono una parte dei campi, e a James Brown rimase pochissimo orzo. Da quel poco è nato l’08.3: 309,1 ppm sul malto, cinque anni, 61,2%, 56% di botti ex-bourbon di primo riempimento e il resto botti di vino: Pauillac, Ventoux, Rhône, Borgogna. Uscì nel settembre 2017 ed è ancora oggi il single malt più torbato mai dichiarato.

Io l’ho provato al Lucci’s Whisky Bar del Bowmore Hotel. All’epoca conoscevo relativamente poco gli Octomore, anche se avevo già l’11.1. Avevo appena conosciuto Peter Jnr e il suo bar, e all’ultima di quelle pochissime sere passate al primo viaggio su Islay gli chiesi un whisky molto torbato. Non ci dovette pensare prima di propormi l’08.3.

Sono uno che prima di bere annusa il whisky per diversi minuti. Si sentiva un fumo profondo, denso, netto. Al primo sorso mi aspettavo di essere travolto e invece la prima impressione fu difficile da mettere a fuoco. Il secondo sorso aprì tutto: ciliegia, pesca, cioccolato fondente, alghe, e sotto una nuvola nera che non se ne andava più. Delicata, pulita, profonda e netta. Le note ufficiali lo chiamano “a thunderstorm of a dram”, un temporale in un bicchiere, e non trovo modo migliore per dirlo.

Una bottiglia me la sono poi aggiudicata a un’asta. È in casa, chiusa. Ogni tanto la guardo e penso che dovrei aprirla, poi controllo cosa fa oggi sul mercato e la rimetto nel suo nascondiglio. Mi rendo conto che è il contrario di quello che si dice sempre, e cioè che il whisky si beve: quella bottiglia lì, per ora, non riesco a trattarla così.

11.1: il primo quasi per caso

L’11.1 è del 2020 ed è il riferimento della sua serie: orzo scozzese Concerto e Propino del raccolto 2013, maltato a 139,6 ppm, distillato nel 2014 e lasciato cinque anni interamente a Islay in botti di primo riempimento che avevano contenuto whiskey americano (Jim Beam, Heaven Hill, Jack Daniel’s). Esce a 59,4%, in 30.000 bottiglie.

È stato il mio primo Octomore, e l’ho comprato sul sito della distilleria pochi giorni prima che, per effetto della Brexit, lo shop smettesse di spedire whisky in Italia. Non è un modo di dire: nella primavera del 2021 la pagina delle spedizioni di Bruichladdich elencava l’Italia tra i paesi a cui poteva mandare solo prodotti non alcolici. Da allora quella lista si è allungata e l’Italia è ancora lì dentro.

Nel bicchiere è il più chiaro dei tre, colore limone. Al naso arrivano prima limone e torba bagnata, con una mineralità salata sotto; al palato entra lo zucchero di canna e poi il calore della gradazione porta la torba fino in fondo, che nel finale diventa terrosa, di catrame e falò. È il più semplice da leggere dei tre: orzo di terraferma, solo botti americane, niente vino di mezzo. Quello che senti è il distillato con la torba sopra.

E poi c’è la latta

Va detta una cosa poco romantica su queste bottiglie: sono altissime. Il cilindro di metallo, stretto e lungo, non entra in un mobile bar normale. Cioè ci entra, a patto di sacrificare lo spazio nella mensola sopra. E al pelo, si incastra. Ora vivono sopra il mobile, all’aperto, sovrani degli altri whisky.

È un dettaglio un po’ sciocco che però dice qualcosa del progetto: Octomore è pensato per farsi notare, dal formato della latta ai numeri sull’etichetta fino al prezzo. Dopo sei anni che li bevo, la cosa che continua a stupirmi non è il primato dei ppm, ma che un whisky di cinque anni non sembri mai giovane.

Octomore oggi

La serie in vendita adesso è la 17, dal 1° settembre 2026, e va nella direzione opposta ai primati: 81 ppm per il 17.1 e il 17.2, 132,1 per il 17.3 di Irene’s Field. La serie 18, con le etichette già svelate e l’uscita nel 2027, tornerà ai 309,1 ppm: il 18.3 nasce dallo stesso raccolto scarso del 2010, distillato nel 2011 come l’08.3, ma passerà quindici anni in botte invece di cinque.

Sarà il confronto più interessante dei prossimi anni: stesso raccolto, stesso campo, stesso valore sul malto, dieci anni di differenza dentro la botte. Se il mio 08.3 resta chiuso ancora un po’, magari finisce che li apro insieme.

Intanto, se uno volesse iniziare: il .1 fa capire il distillato, il .3 con qualche anno sulle spalle è dove la collina sopra Port Charlotte si sente di più. Il resto della gamma, Port Charlotte e Black Art compresi, l’ho raccontato nella guida a Bruichladdich.

Qual è la tua distilleria di Islay preferita?

Francesco De Val

Appassionato di whisky torbati, ha visitato Islay per tre anni di fila.

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