Il Lagavulin 8 è nato nel 2016 come edizione per i duecento anni della distilleria e dal 2017 è entrato stabilmente nel core range. Otto anni, 48%, il fumo di casa senza gli anni di botte che rendono morbido il 16. Alla rilevazione di settembre 2026 in Italia costa tra 52 e 70 euro, in genere intorno ai 65. È l’espressione più giovane del core range della Lagavulin.
La bottiglia
Lagavulin sta nell’omonima baia sulla costa sud di Islay, tra Ardbeg e Laphroaig, e appartiene a Diageo. John Johnston vi avviò la distillazione legale nel 1816. Dentro ci sono quattro alambicchi e washback di legno, e la seconda distillazione è tra le più lunghe della Scozia: è da lì che viene la consistenza oleosa che si riconosce nei Lagavulin più vecchi. Oggi l’impianto gira ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, e non basta comunque a coprire la domanda.

Questo otto anni esce a 48% da botti di secondo riempimento, il legno che a Lagavulin si usa per la gran parte della produzione perché lascia parlare il distillato invece di coprirlo. L’idea viene da lontano: nel 1886 Alfred Barnard, che stava girando tutte le distillerie del Regno Unito per il suo censimento, assaggiò qui un otto anni e lo definì “exceptionally fine”. La frase è stampata sull’etichetta.
Nel 2016 la bottiglia era un’edizione per il bicentenario, in astuccio, e doveva finire lì. È andata talmente bene che Diageo l’ha resa permanente il 13 novembre 2017, al lancio a un prezzo più basso del 16 anni di circa il 15%. Le bottiglie del primo lotto, quelle col tubo del bicentenario, oggi girano tra i collezionisti sopra i 100 euro.
In parecchi bar l’8 anni ha preso il posto del 16 sul retrobanco, e non per caso: costa meno, e sta nella stessa fascia del Caol Ila 12. Resta un po’ un peccato, perché almeno per me è un’espressione troppo giovane e poco raffinata rispetto al 16 anni.
Note di degustazione
Naso: la torba arriva subito, più pungente e meno grassa di quella del 16. Sotto ci sono il salmastro e una nota agrumata che richiama il bergamotto, e un fondo di disinfettante da ospedale che nei Lagavulin più vecchi è quasi sparito. Con qualche minuto nel bicchiere esce anche della legna appena spenta.
Palato: l’ingresso è dolce, di zucchero d’orzo, ma dura poco. Poi arrivano il fumo e il sale, senza la mediazione che in altri Lagavulin viene dagli anni in botte. Il 48% si sente, più come calore che come alcol, e porta con sé pepe bianco e un amaro di cenere. La consistenza è più asciutta e nervosa di quella che ci si aspetta da questa distilleria.
Finale: lungo, asciutto, di fumo e di salsedine. Resta in bocca a lungo e chiude su una nota di cenere fredda, senza il ritorno dolce che il 16 lascia dopo il fumo.
Nota personale: alla cieca lo riconosco dall’assenza di quella consistenza oleosa che a Lagavulin ci si aspetta di trovare. C’è tutto il resto, il fumo, il sale, l’agrume, ma manca la parte che tiene insieme le altre: è un distillato buono e ancora spigoloso. Una goccia d’acqua lo apre sull’agrume, ma gli toglie anche il poco corpo che ha, quindi tendo a berlo liscio.
Le note della distilleria vanno nella stessa direzione: naso “potentemente fenolico”, con sapone di catrame, torba che cova e bergamotto, più una parte marina di iodio e salsedine; bocca dolce, affumicata e calda; finale molto lungo con il fumo che resta attaccato al palato.
Nella gamma Lagavulin
Il Lagavulin 16 è il whisky con cui la distilleria si è fatta conoscere: 43%, il doppio degli anni in botte, e quella pastosità che smorza il fumo invece di lasciarlo scoperto. È la differenza che si sente meglio mettendoli vicini: stesso distillato, stesso impianto, ma otto anni in meno di legno cambiano il peso del liquido prima ancora che il profilo aromatico.
Il resto della gamma si muove attorno a questi due. La Distillers Edition prende il 16 e lo finisce in botti di Pedro Ximénez, e la dolcezza dello sherry le smussa gli angoli. L’11 anni Sweet Peat, in gamma da febbraio 2026, sta in mezzo per età e punta sul lato dolce del fumo. Il 12 anni cask strength delle Special Releases esce ogni anno tra il 55 e il 58% e porta lo stesso carattere giovane dell’8 a una concentrazione molto più alta, senza acqua aggiunta.
Per chi è
Ha senso per chi conosce già il 16 e vuole sentire com’è lo stesso distillato quando il legno non ha ancora fatto il suo lavoro: è la lettura più diretta dello spirito di Lagavulin che si trova a catalogo. Ha senso anche per chi cerca un torbato diretto e salato da bere senza troppe cerimonie, in un bicchiere di tutti i giorni.
Non fa per chi cerca un whisky morbido e avvolgente: qui l’attacco dolce dura pochi secondi e il resto è secco. E se i 65 euro medi sono il limite di spesa, a quella cifra il Caol Ila 12 porta a casa un profilo più equilibrato, mentre il Lagavulin 16 parte dai 70 euro e arriva ai 95.
Il Lagavulin 8 è una bottiglia onesta che paga il confronto con la sorella maggiore. Presa da sola è un buon torbato di Islay, salato e senza fronzoli; presa accanto al 16 mostra quanto di quel whisky venga dal tempo in botte e non dagli alambicchi. Per chi è ancora in dubbio e vuole valutare delle alternative abbiamo preparato una classifica dei migliori torbati nella stessa fascia di prezzo di questo whisky.
