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Bruichladdich: guida alla distilleria

Muro della distilleria Bruichladdich a Islay con la scritta Progressive Hebridean Distillers Since 1881

Bruichladdich è la distilleria che a Islay tiene insieme gli opposti. Sotto lo stesso tetto, sulla sponda del Loch Indaal, nascono un single malt non torbato, uno fortemente torbato e l’Octomore, che ha toccato i valori di torba (PPM) più alti mai dichiarati per un single malt. Tre identità diverse, una sola sala di distillazione. È la distilleria che si definisce Progressive Hebridean Distillers, rimasta ferma per anni e riportata in vita nel 2001: capire come ci è riuscita aiuta a leggere ogni bottiglia che porta questo nome.

Le origini (1881-1936)

Bruichladdich apre nel 1881 per mano dei fratelli Harvey, William, John e Robert, una famiglia di distillatori di Glasgow. La costruiscono nuova di zecca sulla sponda occidentale del Loch Indaal, nella penisola dei Rhinns, con muri in pietra e una sala di distillazione progettata da zero invece che ricavata da una fattoria. Gli alambicchi alti e stretti danno al distillato il suo carattere: il vapore che sale fatica a trascinare i composti più pesanti, e quello che esce dagli alambicchi è pulito ed elegante. La famiglia la gestisce per mezzo secolo, fino a quando un incendio nel 1933 e la morte di William Harvey nel 1936 chiudono l’era dei fondatori.

Cambi di proprietà e chiusura (1936-1994)

Da qui inizia un lungo periodo sotto proprietari diversi. Dopo il 1936 Bruichladdich passa alla Associated Scottish Distilleries e, alla fine degli anni Sessanta, alla Invergordon Distillers, che la tiene in funzione soprattutto per alimentare i blend. Sono decenni di bassa visibilità: il single malt a proprio nome quasi non esiste, e la distilleria conserva gran parte dei macchinari vittoriani originali, con pochissimi aggiornamenti.

Il colpo arriva all’inizio degli anni Novanta, quando la Invergordon viene assorbita da Whyte & Mackay: Bruichladdich è giudicata in eccesso rispetto ai bisogni del gruppo e viene chiusa nel 1994. Per qualche anno sembra una delle tante vittime della crisi che a Islay aveva già fermato Port Ellen, con le scorte che invecchiano in magazzino senza nessuno a imbottigliarle. La distilleria resta in silenzio fino al 2000.

La rinascita del 2001

A dicembre del 2000 un gruppo di investitori privati guidato da Mark Reynier, ex commerciante di vino a capo della Murray McDavid, compra Bruichladdich. La produzione riparte il 29 maggio 2001, dopo che la distilleria viene smontata e rimontata pezzo per pezzo. Reynier porta con sé un’idea precisa: trattare il whisky come si tratta il vino, con attenzione alla varietà e alla provenienza dell’orzo e al ruolo della botte. A guidare la distilleria chiama Jim McEwan, che lasciava Bowmore dopo una vita intera passata lì. McEwan diventa il volto della rinascita, e la sua mano si vede in quasi tutto quello che la casa sperimenterà negli anni successivi.

Della Bruichladdich pre-chiusura conservo un ricordo netto: al bar del Bowmore Hotel ho bevuto un single cask selezionato da Jim McEwan per la rivista Country Life, distillato prima della chiusura e maturato interamente in sherry. È una delle bottiglie che mi sono rimaste più impresse, il segno di una Bruichladdich che oggi non esiste più. L’ho poi inseguita all’asta come un segugio e l’ho vinta due volte in due anni. La rinascita della distilleria è anche al centro del documentario The Water of Life (2021), dove McEwan e Reynier raccontano in prima persona come hanno rimesso in moto gli alambicchi.

Retro della bottiglia Bruichladdich Country Life single cask distillato 1986 oloroso sherry 46%
Il retro della mia bottiglia del single cask Country Life: distillato nella primavera del 1986, oloroso sherry, 46%, 800 esemplari imbottigliati nel 2001.

Rémy Cointreau e la gestione di oggi

Nel settembre del 2012 Bruichladdich passa al gruppo francese Rémy Cointreau, che la acquista per 58 milioni di sterline. Tre anni dopo, nel 2015, Jim McEwan va in pensione e il testimone passa ad Adam Hannett, entrato in distilleria nel 2004 come guida turistica e cresciuto al suo fianco. Il timore, ogni volta che una distilleria indipendente finisce in un grande gruppo, è che la sperimentazione lasci spazio alla prudenza. Sul fronte delle release, però, qui è cambiato poco: Octomore esce ancora ogni anno, la serie X4 è tornata, Black Art continua. Lo slittamento, semmai, riguarda il bicchiere più che il listino.

Produzione e stile

Bruichladdich punta tutto sulla materia prima e sulla trasparenza. L’orzo è interamente scozzese, una parte coltivata su Islay da agricoltori locali, e molte etichette indicano la fattoria o l’annata di provenienza. Il whisky non è filtrato a freddo, non ha colorante aggiunto e non viene corretto per uniformare il colore da una botte all’altra. Gli alambicchi alti e stretti e una distillazione lenta producono un distillato pulito, dove l’orzo e il legno restano in primo piano.

Su questa base la distilleria costruisce tre linee con tre gradi di torba. La gamma Bruichladdich, quella che porta il nome della casa, è non torbata: orzo non affumicato, zero PPM, il lato più delicato. Port Charlotte è la linea fortemente torbata, a circa 40 PPM, nel territorio dei classici di Islay. Octomore è l’estremo, con valori che arrivano fino a oltre 300 PPM sul malto. Vale la pena chiarirlo, perché è un equivoco diffuso: Port Charlotte e Octomore non sono distillerie separate, ma gamme di Bruichladdich, distillate qui.

Il core range

Conviene leggere il core range per filoni, perché ogni linea ha una logica sua.

I Bruichladdich non torbati

La gamma che porta il nome della casa è il suo lato delicato, costruito sull’orzo più che sulla torba.

  • The Classic Laddie: non torbato, 50%, da orzo scozzese; dal 2023 con la dicitura 10 anni. La bottiglia da cui partire per conoscere la casa.
  • Islay Barley: non torbato, da orzo coltivato sull’isola; mette al centro la provenienza dell’orzo.
  • Bere Barley: da una varietà d’orzo antica e a bassa resa, dal profilo più rustico.
  • Bruichladdich 18 e 30 anni: gli invecchiati permanenti della linea Luxury Redefined; accanto escono a edizioni il 12 anni e, più di rado, bottiglie più vecchie.

Il Classic Laddie non è la mia bottiglia preferita della casa, e lo dico da estimatore della distilleria. Le vecchie Bruichladdich degli anni Settanta e Ottanta erano un’altra cosa: torba quasi inesistente, alcol perfettamente integrato, una morbidezza avvolgente che le rende oggi molto ricercate, soprattutto negli imbottigliamenti italiani d’epoca firmati Samaroli, Moon Import e Rinaldi. L’Old Skool 10, uscito per i 25 anni della distilleria, prova a tornare proprio su quel solco. I 12, 18 e 25 anni che ho assaggiato di recente, invece, non mi hanno convinto allo stesso modo.

Vecchia bottiglia Bruichladdich Riserva Veronelli distillata nel 1965 importazione italiana
Una vecchia Bruichladdich da importazione italiana: la Riserva Veronelli distillata nel 1965, importata dai F.lli Rinaldi.

Port Charlotte

Port Charlotte è la risposta di Bruichladdich ai grandi torbati di Islay: torba piena ma più classica e meno spinta rispetto a Octomore.

  • Port Charlotte 10: circa 40 PPM, 50%, su un mosaico di botti tra ex-bourbon, sherry e vino. La base della linea.
  • Port Charlotte Islay Barley: stessa torbatura, da orzo coltivato a Islay.
  • Port Charlotte 18 anni: versione invecchiata, con un assemblaggio di botti che cambia a ogni edizione.

Sui Port Charlotte sono più selettivo: ce ne sono che mi convincono e altri meno, a seconda dell’annata e delle botti.

Octomore

Octomore è il progetto più audace della distilleria e nasce da un’idea di Jim McEwan: torba estrema e whisky giovane possono stare insieme. Ogni anno escono di solito quattro espressioni numerate per serie ed edizione, come la Serie 16 del 2025. Si imbottiglia vicino alla gradazione di botte, di solito tra il 57 e il 60%, e i valori di torba cambiano molto: la 16.1 parte da 101,4 PPM, mentre il record resta l’Octomore 8.3 a 309 PPM, il single malt più torbato mai dichiarato.

  • Octomore .1: orzo scozzese e botti ex-bourbon, il riferimento della serie.
  • Octomore .2: stesso orzo della .1, con maturazione in rovere europeo, spesso ex-vino.
  • Octomore .3: orzo più torbato, spesso coltivato a Islay.
  • Octomore .4: stesso orzo della .3 in una botte diversa, di solito la più sperimentale.

Octomore è la gamma che amo di più di tutta la distilleria. Ho seguito la masterclass dedicata alla 8.3 e ne conservo una bottiglia che, vista la quotazione, non ho ancora avuto il coraggio di aprire.

Black Art

A parte sta Black Art, la serie più enigmatica: un single malt non torbato dalla ricetta segreta, con orzo e botti che non vengono dichiarati. È una scelta nata con Jim McEwan e portata avanti da Adam Hannett. L’edizione attuale, la Black Art 11.1, è un 24 anni a 44,2% costruito su distillati pre-rinascita: il pezzo da collezione della casa, con un prezzo che riflette età e rarità.

Filosofia delle botti

La base di quasi tutto è la botte ex-bourbon di primo riempimento, che dà struttura e una dolcezza vanigliata senza coprire l’orzo. Su questa fondazione la distilleria innesta sherry, oloroso e Pedro Ximénez, vino, spesso rosso francese del Rodano, e rovere vergine, dosati per costruire profili diversi a parità di distillato. Bruichladdich ragiona per assemblaggi di più componenti, e lo si vede bene nel Port Charlotte 18, dove parti maturate in botti diverse vengono unite per ottenere lo stesso profilo a ogni edizione. Black Art è il caso limite: la ricetta resta nascosta proprio perché la composizione delle botti è il cuore del whisky.

Release speciali e mercato

Bruichladdich produce un flusso costante di edizioni limitate, e il 2026, l’anno dei 25 anni dalla riapertura, ne concentra parecchie. Le celebrazioni si aprono con una trilogia commemorativa: l’Old Skool 10, prima della serie, e la Yellow Submarine III, un 14 anni non torbato a 54,2% che riporta in vita una delle storie più surreali del whisky scozzese. Durante il Fèis Ìle, ribattezzato per l’occasione Rock’ndaal, sono usciti due imbottigliamenti dedicati, il Port Charlotte PC5 Redux a 63,5% e l’Octomore OBA Redux a 54,2%, entrambi in 2.500 bottiglie.

Sul fronte sperimentale resta la serie X4, nata dalla quadrupla distillazione voluta da McEwan, che con l’X4+18 è arrivata a una maturazione di 18 anni. Dal visitor centre escono poi le Valinch, single cask a gradazione di botte imbottigliate a mano e disponibili solo in distilleria. Tra queste ho assaggiato espressioni da distillati pre-chiusura degli anni Novanta: insieme agli Octomore sono tra i whisky che preferisco in assoluto.

Sul mercato secondario il nome pesa. Le bottiglie distillate prima della chiusura, i vecchi imbottigliamenti italiani d’epoca e gli Octomore più rari raggiungono quotazioni alte in asta, complice una produzione storica limitata e una comunità di appassionati molto attiva.

Oggi e domani

A venticinque anni dalla riapertura, Bruichladdich è una distilleria solida dentro un grande gruppo, e questo le ha dato continuità e investimenti. Il nodo, per chi la segue da vicino, è lo stile: i distillati più recenti hanno perso parte di quella morbidezza che rendeva speciali le bottiglie vecchie, e operazioni come l’Old Skool sembrano un tentativo dichiarato di tornarci. Il resto dell’identità è intatto: l’orzo tracciato, la torba spinta all’estremo, la voglia di sperimentare che resta il marchio di fabbrica. Pochi produttori a Islay coprono uno spettro così ampio.

Bruichladdich resta la distilleria che a Islay non sta mai ferma, capace di andare dal non torbato all’Octomore senza cambiare casa. Per i miei gusti convince soprattutto agli estremi: gli Octomore e le Valinch da vecchi distillati sono tra le cose che ho bevuto con più piacere. Non tutto colpisce allo stesso modo, ma è una distilleria che vale la pena seguire proprio perché continua a provarci.

Qual è la tua distilleria di Islay preferita?

Francesco De Val

Appassionato di whisky torbati, ha visitato Islay per tre anni di fila.

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