Il Bowmore 12 è il whisky con cui la distilleria più antica di Islay presenta il suo stile: 40%, dodici anni tra botti ex-bourbon e oloroso, un fumo che resta composto, bilanciato, forse troppo. In Italia costa intorno ai 40 euro. È la bottiglia da cui partire per conoscere Bowmore, prima delle edizioni più care.
La bottiglia
Bowmore matura questo dodici anni in botti ex-bourbon di rovere americano affiancate da botti di sherry oloroso di rovere europeo, senza dichiarare in che proporzione. Esce al 40%, che è il minimo di legge per uno scotch, e nel Regno Unito costa 43 sterline. Nel 2024 è stato nominato vincitore di categoria ai World Whiskies Awards tra i single malt fino a dodici anni, e la distilleria dichiara anche un oro all’International Spirits Challenge nello stesso anno.
La distilleria sta nel paese omonimo, sulla riva del Loch Indaal, e prende l’acqua dal fiume Laggan. Ha quattro alambicchi e produce circa due milioni di litri l’anno. Oggi appartiene a Suntory Global Spirits, che ne ha preso il controllo nel 1994 e che dal 2014, con l’acquisto di Beam, possiede anche Laphroaig: due distillerie a pochi chilometri di distanza e stili quasi opposti.
Bowmore ha ancora il maltaggio a pavimento, con l’orzo girato a mano e la torba accesa nel forno durante l’essiccazione, e copre così una parte del fabbisogno, comprando il resto sulla terraferma. La distilleria non pubblica il livello di torbatura del suo malto: le specifiche raccolte da scotchwhisky.com indicano 25-30 ppm nel malto e 8-10 nel distillato, che spiegano perché qui il fumo non arriva mai come a Laphroaig o ad Ardbeg.
La data di fondazione, il 1779, è quella che la distilleria rivendica e che le vale il titolo di più antica dell’isola, ma è contestata: la prima prova documentata di whisky prodotto qui è la licenza del 1816. Il primato che regge senza discussioni è quello di prima distilleria autorizzata di Islay, in un’isola dove si distillava di nascosto da molto prima.
Note di degustazione
Naso: fumo leggero, scorza di limone e una dolcezza di miele e vaniglia. Sotto c’è la nota di cereale che il 40% lascia scoperta, e un accenno salino che ricorda dove è maturato. È un naso che si apre subito e non chiede attesa.
Palato: equilibrato, con il fumo che accompagna l’agrume invece di coprirlo. La parte di oloroso si sente come frutta secca e una punta di cioccolato, più che come dolcezza piena. Il corpo è leggero, e al 40% il whisky non riempie la bocca: è il limite di questa bottiglia e il motivo per cui alcuni la trovano troppo educata.
Finale: medio, pulito, con cenere delicata e ritorni salini. Si chiude in fretta e senza spigoli, il che lo rende un whisky facile da bere e poco memorabile.
Le note ufficiali della distilleria vanno nella stessa direzione: succo di limone e miele di erica al naso sopra un fumo terroso, frutta fresca con scaglie di cioccolato fondente al palato, e un finale di fumo dolce.
Dentro la gamma Bowmore
La gamma permanente conta cinque bottiglie: il 9 anni al 40%, questo 12, poi il 15, il 18 e il 25 anni, tutti al 43%. Il salto di prezzo tra il 12 e il 15 è netto, e lo è anche quello di gradazione: tre gradi in più cambiano il peso del liquido più di quanto suggerisca il numero.
Rispetto agli altri torbati di Islay della stessa fascia, il Bowmore 12 ha una torba moderata: il fumo accompagna il whisky invece di guidarlo. Per questo compare tra i torbati da cui iniziare dopo i blend, dove un Laphroaig 10 rischia invece di chiudere il discorso al primo sorso.
Per chi è
Ha senso per chi si avvicina ai torbati e vuole un fumo gentile, con agrumi e miele più che iodio e catrame. Ha senso anche per chi cerca un single malt di Islay da tenere sempre aperto a un prezzo contenuto, senza doverci pensare ogni volta che si versa.
Non fa per chi cerca l’intensità di un Laphroaig o di un Ardbeg: qui la torba non è mai protagonista. E chi cerca più corpo lo trova negli Islay imbottigliati sopra il 46%, dove il liquido non si smonta con il ghiaccio o con l’acqua.
Il Bowmore 12 è il whisky che spiega perché questa distilleria viene messa a parte nel discorso su Islay: la torba c’è ma non comanda, e quello che resta è un profilo agrumato e salino che alle altre non appartiene. Vale quello che costa, a patto di sapere che al 40% è costruito per essere bevuto, non studiato. Per capire dove sta rispetto alle altre bottiglie dell’isola c’è il confronto tra i quattro classici di Islay.
